La valle del San Romolo

La valle del San Romolo è la vallata principale a ridosso di Sanremo, la più estesa e variegata. Nel suo alveo scorre l’omonimo torrente che nei suoi +/- 1200 m di dislivello da poco sotto la chiesetta di monte Bignone raggiunge il mare attraversando da nord-ovest a sud-est il centro cittadino. L’ultimo tratto in città, scorre in galleria ove con esso rimangono nascosti alcuni gioielli d’arte antica, i vecchi o vetusti ponticelli in pietra a schiena d’asino dopo aver servito i contadini per secoli sono stati archiviati al buio eterno, inglobati o sovrastati dalla cementificazione della modernità.

Questa vallata racchiude un bacino idrografico che spazia a monte, dalle pendici di M. Bignone a quelle del Caggio e continuando a ovest comprendendo il fosso carpaneo . Lungo il suo percorso accoglie numerosi piccoli e medi affluenti e l’insieme fa sì che il ramo principale non si prosciughi mai completamente. Questo per noi popolo della tecnologia può sembrare un dato iniquo, ma per i nostri avi fu decisamente rilevante.

Intraprendendo a ritroso un viaggio nel tempo, pur non essendo n’è uno storico né un archeologo e nemmeno uno scrittore informato, posso in ogni caso affermare che la presenza umana in questa zona risale a migliaia di anni fa.

A testimonianza di questa affermazione esistono studi e ritrovamenti archeologici che persone molto più documentate possono o hanno già spiegato.

Ciò, che io vorrei provare a descrivere a livello storico e culturale è da considerarsi molto più semplice, nel gergo parlato si potrebbe dire “alla mano” oppure di quotidiano vivere, ma soprattutto alla portata di chiunque ami camminare guardandosi intorno e osservando con curiosità.

100/150 anni fa.

Solo un secolo, ma un secolo che ha stravolto e travolto drasticamente cultura ed abitudini millenarie.

In quel periodo Sanremo era una ridente cittadina ben nota in tutta Europa e nel mondo occidentale. Ricchi e Regnanti del nord Europa venivano a svernare qui, in questo tiepido clima. I Grand Hotel si riempivano di grandi personaggi e della l’oro servitù, per mesi venivano serviti e riveriti per ogni esigenza o capriccio.

Seppur l’era industriale cavalcava i treni a vapore e le prime automobili, già c’erano elettricità telefono e acqua potabile, il gas la radio ed altre innovazioni, ma il tutto non era per tutti, ma bensì per pochi. “Il Popolino”, viveva ancor diversamente, quel diversamente molto più simile ai loro avi che hai loro figli e nipoti.

Zappavano la terra e coltivavano con  ben pochi attrezzi e molta fatica, ovunque vi fosse del terreno coltivabile strappato alla selvaggia vegetazione spontanea nel corso di secoli e millenni, e distribuito in piccole fascette che risalivano la valle sino ai 1000 metri di quota, oltre, sino alle cime dei monti si pascolava il bestiame.

Tutto ciò, richiede una costante, anche se miseria, presenza di acqua che da secoli veniva incanalata o trasportata attraverso quelle che a me piace chiamare “Le vie dell’acqua.

Queste vie o percorsi, si suddividono in due rami, quello idrografico dei torrenti e di ogni rivolo d’acqua verso il mare e quelli dell’uomo che costeggiavano gli stessi verso monte alla ricerca delle pozze o ancor meglio sorgenti ove approvvigionarsi di quel bene prezioso e indispensabile. Il trasporto ne ha creato moltissimi altri in ogni direzione, poiché l’acqua scorre nella valle spesso ombreggiata e fredda e la coltivazione era diffusa soprattutto sui crinali e pendii esposti al sole.

L’era del tubo e delle tubature, nonostante fossero già utilizzate in epoca romana era ancora agli albori e molto costosa, l’acqua per le campagne e piccoli agglomerati di case o paesi viaggiava e scorreva come aveva fatto per secoli e millenni, attraverso chilometri di canalizzazioni che solcavano in orizzontale e con la minima pendenza i fianchi delle vallate, a dorso di mulo o spalle d’uomini caparbi, in contenitori ben poco diversi da quelli dei secoli e millenni precedenti.

Ognuna di queste tracce con lo scorrere dei secoli era stata migliorata e selciata in modo d’essere percorsa più agevolmente da uomini e animali, il via vai era continuo e quotidiano, la manutenzione costante e molte di queste ormai divenute mulattiere vere e proprie venivano utilizzate per ogni tipo di trasporto poiché tutto viaggiava ancora, nella migliore delle ipotesi a dorso di mulo.

Altre vie percorrono la vallata congiungendo paesi frazioni e località ed inoltre con l’utilizzo di massa dell’energia elettrica altre ne sono state create, può sembrare strano ed alle nuove generazioni persino incomprensibile, ma le grandi e piccole linee elettriche sono state nella maggior parte dei casi costruite a dorso di mulo.

Quando vediamo quegli alti tralicci dell’alta tensione che sostengono km e tonnellate di cavi di rame, spuntare al di sopra di ogni bosco, spesso costruiti su crinali ben poco accessibili, dobbiamo pensare che per arrivare in quel luogo la prima cosa indispensabile era creare un percorso agevole per il trasporto dei materiali necessari, già da tempo, soprattutto durante la prima guerra mondiale si utilizzavano ardite teleferiche provvisorie in grado di raggiungere ogni luogo, ma per l’installazione delle stesse il materiale necessario si doveva trasportare sempre a spalle d’uomo o a dorso di mulo, inoltre gli operai addetti ai lavori sarebbero dovuti salire e scendere per parecchio tempo, ed il controllo e manutenzione delle linee per tutti gli anni a venire.

Grazie a questi lavori e alla costante manutenzione necessaria sono apparse quelle che io amo chiamare le “vie della luce”.

Queste tracce, in parte selciate o semplicemente segnalate completavano il complesso reticolo di sentieri che permetteva di arrivare quasi ovunque.

Purtroppo oggigiorno molti di questi sentieri sono nascosti o seminascosti dalla vegetazione, molti altri sono stati devastati dalla impropria è quasi sempre proibita frequentazione dei così-detti “pistonatori “, ovvero da generazioni di motociclisti incuranti di ogni regola o divieto. I selciati sono stati divelti e le pietre che li componevano giacciono ai bordi o direttamente nei terreni circostanti, il continuo passaggio ha scavato dei solchi o canali ove le acque meteoriche scorrono impetuose sfociando spesso in luoghi impropri, di conseguenza creando nuovi piccoli rivi in grado di innescare movimenti franosi difficilmente controllabili.

Nell’ultimo decennio si è sviluppata una forte tendenza all’uso delle biciclette, le quali utilizzate in discesa, sopratutto nella disciplina sportiva denominata “Downhill” ovvero gare e allenamenti dove gli atleti percorrono in discesa ad estrema velocità i percorsi nei boschi, continuando la devastazione precedentemente iniziata.

Per dovere di cronaca, bisogna dare atto che quanto meno le associazioni dei bikers mantengono i tracciati sgomberi dalla vegetazione ed eseguono una sommaria manutenzione, spesso completamente estranea al percorso originale, con ponticelli, rampe e salti, ed incanalamenti delle acque meteoriche ove capita o dove gli viene comodo senza tener presente ciò che può causare in futuro.

Ultimamente è stato creato, “il consorzio di monte Bignone” che sostituisce di fatto il vecchio parco di “San Romolo” allargando la gestione anche nei comuni limitrofi.

Per ora ciò che è stato fatto è una ricognizione e destinazione d’uso dei sentieri, nuovi cartelli con indicazioni e divieti, e di fatto l’aver defraudato il pedone di alcuni percorsi riservati ai ciclisti.

Personalmente non  mi ritengo contrario alle discipline ciclistiche, alcune non le condivido, ma sono tassativamente contrario ad ogni divieto imposto al pedone, l’unico oltre agli animali ad aver maturato un diritto ancestrale sulla percorrenza di tracce, sentieri o mulattiere, l’unico che col suo passaggio, crea ben pochi danni all’ambiente e disturbi alla fauna selvatica.

In futuro tenterò di controllare e contrastare questa tendenza, con articoli, relazioni e foto che documentino ciò che erano e ciò che sono diventati percorsi costati immense fatiche distribuite in secoli per farli divenire come erano 50/100 anni or sono.

Ric e i suoi pensieri. Riccardo Belotti.